Stress e ansia da smart working? Così l’azienda può dare supporto

Più tempo per la famiglia e i rapporti personali, meno stress dovuto agli spostamenti da casa all’ufficio (soprattutto nelle grandi città), uno stile di vita più sostenibile, più responsabilizzazione nella gestione del proprio lavoro: i vantaggi dello smart working sono numerosi. Tuttavia, soprattutto per chi si approccia al lavoro agile per la prima volta, ai benefici si affiancano anche delle sfide. Per un lavoratore a tempo pieno, l’ufficio rappresenta il luogo dove avviene la gran parte delle interazioni sociali della giornata. Interazioni importanti e necessarie, come spiega Francesca Bergamo, psicologa di Milano:

“Quando si lavora in ufficio le piccole occasioni di socialità, come la pausa caffè o il pranzo con un collega, diventano momenti di condivisione di esperienze, fondamentali per un buono scambio empatico: per questo le interazioni dal vivo sono così importanti.”

Interazioni, utili anche per mantenere la concentrazione. “Studi neuroscientifici hanno dimostrato che l’attention span di una persona è di 20 minuti”, prosegue la psicologa. “Poi è necessario distrarsi, perché la soglia di attenzione tende ad allentarsi. Le piccole pause che il lavoratore si prende in ufficio, favorendo la socialità, rappresentano occasioni per veri e propri ricarichi energetici, che permettono un migliore approccio al lavoro, e consentono anche di aumentare produttività e rendimento

Ma c’è un altro aspetto del lavoro da remoto da tenere in considerazione, come spiega ancora Francesca Bergamo:

“Quando si interagisce con gli altri attraverso uno schermo, si abbassa la capacità di sintonizzarsi emotivamente con il nostro o i nostri interlocutori. La comunicazione interpersonale è composta infatti da una serie di segnali anche extraverbali, come la prossemica (gestualità, gestione della distanza, mimica): segnali, non facili da cogliere se mediati da uno schermo. Per questo, studi anche recenti hanno dimostrato un impoverimento nella capacità di condivisione degli stati emotivi e affettivi, in situazioni che non prevedono la presenza. Sappiamo inoltre che situazioni di deprivazione sociale o meglio di impoverimento della relazione possono causare stati di ansia e disagio anche profondo”.  

Ecco cosa ci dicono gli studi relativi allo smart working. 

Nel corso del 2020, in seguito all’emergenza causata dalla pandemia da Covid19 e al conseguente ricorso massificato allo smart working, ricerche e studi in materia si sono moltiplicati. Nell’ambito della ricerca “AI at work” di Oracle e Workplace Intelligence (una società di consulenza e ricerca per le risorse umane), sono stati intervistati 12 mila lavoratori, tra dipendenti, manager, leader delle risorse umane e altri dirigenti, provenienti da 11 Paesi diversi (tra cui l’Italia), per analizzare le conseguenze della condizione di isolamento vissuta per buona parte del 2020.

Da questa indagine è emerso che il 70% delle persone ha sentito più stress e ansia sul lavoro quest'anno rispetto a qualsiasi altro anno precedente. Ciò ha prodotto un impatto negativo sul benessere psicologico del 78% della forza lavoro globale, causando in particolare più stress (38%), mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata (35%), burn-out (sensazione di esaurimento, provato dal 25% degli intervistati), depressione da assenza di socializzazione (25%) e solitudine (14%). Se per chi vive da solo l’isolamento può rappresentare la sfida maggiore, per chi vive con la propria famiglia i problemi non sono da meno. Infatti, sottolinea Francesca Bergamo, la distinzione del sé lavorativo e del sé privato (con momenti della giornata dedicati alle attività e ai compiti da svolgere in ciascuno dei due ambiti), viene meno e questo può provocare la sensazione di “non staccare mai”.

“Un flusso che può generare ansia, perché ci si trova ad affrontare un doppio carico. Sono stati svolti degli studi in merito, che hanno sottolineato la difficoltà di questa esperienza durante il lockdown, soprattutto per le donne con figli. Lavorare da casa, senza un’adeguata preparazione che i programmi di smart working di solito prevedono, ha creato una serie di problematiche. Infatti, se prima era socialmente ‘accettato’ che una donna andasse a lavorare e lasciasse i figli all’ asilo o alla baby-sitter, ora che si è tutti in casa ci si aspetta che si prenda cura di loro. È quindi chiaro che il carico di impegni, unito alla sensazione di non riuscire a farcela, può generare ansia”. 

Nonostante queste difficoltà, le valutazioni complessive sull’esperienza del lavoro da remoto sono state positive: i lavoratori apprezzano, in particolare, l’opportunità di passare più tempo con la famiglia (51% degli intervistati), per riposare (31%) e per portare a termine i propri compiti (30%). 

Come affrontare la fase di transizione dal lavoro in presenza a quello da remoto. 

Se il lavoro da remoto è qui per restare (almeno in qualche misura), è importante che le aziende e i manager riescano a guidare i propri collaboratori in questa esperienza, prestando attenzione ai campanelli di allarme che possono indicare una condizione di stress o di malessere psicologico. Come fare? Vediamo alcuni consigli degli esperti. 

In un articolo per il sito indipendente di notizie The Conversation, un network globale a cui collaborano ricercatori universitari e giornalisti, Paula Caligiuri (docente di International Business and Strategy presso la Northeastern University di Boston) e Helen De Cieri (che insegna Management presso la Monash University di Melbourne), sottolineano l’importanza per i manager di affrontare con flessibilità la fase di transizione dal lavoro in presenza a quello da remoto.

In particolare, le due studiose suggeriscono di ricorrere a un dialogo aperto, tra manager e lavoratore, su come meglio organizzare il flusso di lavoro, prendendo in considerazione la necessità di bilanciare il tempo dedicato alla professione con impegni familiari, come ad esempio la cura dei figli o di persone anziane, ma anche con la cura personale. 

Di organizzazione parla anche Francesca Bergamo, che sottolinea come il passaggio dal lavoro d’ufficio a quello da remoto possa provocare ansia e stress anche a causa della perdita delle certezze che caratterizzavano prima la quotidianità della persona. 

“Non si ha più un luogo dedicato esclusivamente al lavoro, un orario stabilito per lavorare. Questo permetteva di avere una sorta di timetable, una ritualità di impegni nella nostra quotidianità, che aiuta a mantenere la calma. La flessibilità che caratterizza lo smart working da un lato può portare benefici, perché permette di fare molte cose, dall’altro può provocare, in alcune persone, sentimenti di incertezza e di disorientamento”. 

Per questo, la psicologa suggerisce di parlare con il datore di lavoro o con il manager di riferimento e cercare, quando possibile, di concordare linee guida per il lavoratore, che lo aiutino a mantenere una direzione. L’obiettivo è arrivare a un’organizzazione del lavoro che consenta alle persone di staccarsi dal contesto lavorativo in alcuni momenti della giornata e scaricare così lo stress accumulato. Un’esigenza così importante da essere diventata un vero e proprio diritto: il diritto alla disconnessione, che in Italia è stato riconosciuto e tutelato dalla Legge 81/2017, che regola lo smart working. 

“L’unico modo vero per staccare è proprio quello di staccare. Prendersi del tempo per sé, magari per fare una passeggiata. Spesso chi lavora da casa perde la voglia di uscire, che a lungo andare può avere conseguenze negative sulla persona”, conclude la psicologa. “Dal momento che viene meno la socialità che si crea sul luogo di lavoro, è importante che il lavoratore la recuperi in altri modi, ad esempio incontrandosi al parco con degli amici oppure andando a fare una passeggiata con la propria famiglia”. 

Anche le tecnologie possono aiutarci, come? 

Con una forza di lavoro diffusa (con lavoratori che operano da diverse sedi), sostenere i collaboratori nei momenti di difficoltà può essere una sfida. Fortunatamente, anche in questo ambito le tecnologie digitali possono venire in aiuto dell’azienda e sembrano, anzi, essere molto apprezzate dai collaboratori. Le tecnologie aiutano quando si tratta di gestire momenti di condivisione tra i membri di un team, che si tratti di riunioni lavorative o informali. Infatti, tra le principali raccomandazioni degli esperti per compensare la riduzione di interazioni sociali, c’è proprio quella di organizzare chiamate informali tra i collaboratori, come pause caffè virtuali, momenti di gioco o semplicemente di condivisione.

In questo ambito, le aziende possono contare su tecnologie che assicurano una comunicazione facile, veloce e soprattutto continuativa. Come Cloudya, il centralino in Cloud di NFON, che offre semplici soluzioni di video e audio conferenza. Come il servizio audioconferenze moderate, che permette di organizzare audio conferenze con un numero massimo di 50 partecipanti. Grazie alla possibilità di realizzare videochiamate attraverso l’apposita app, il manager può aprire conversazioni sia con tutto il team che con il singolo collaboratore. Inoltre, Cloudya può essere usata anche da più dispositivi contemporaneamente, grazie al suo servizio multitelefono, che permette quindi al lavoratore di essere reperibile anche quando non si trova alla sua postazione lavorativa. Può scegliere quindi di seguire una riunione dalla propria scrivania e di sedersi sul divano per la pausa caffè virtuale, definendo due luoghi distinti per i momenti di lavoro e di interazione con i colleghi.

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