Soft skill, con l’immersive learning si migliora così

Lo sviluppo delle tecnologie digitali ha reso la capacità di adattamento e innovazione un requisito essenziale per le aziende che vogliono rimanere competitive nel proprio settore. La conseguenza? Un aumento esponenziale della richiesta di competenze trasversali, le cosiddette soft skill, quelle caratteristiche cioè che alla conoscenza specifica aggiungono la variabile relazionale, necessaria per sviluppare personalità creative e flessibili, capaci di reagire ai veloci cambiamenti in atto. 

Proprio per la loro natura, sviluppare programmi di training incentrati al miglioramento delle soft skill non è semplice. Anche in questo ambito le tecnologie digitali possono venire in aiuto: l’intelligenza artificiale (AI), la realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR) permettono di elaborare percorsi di training “immersivi” (immersive learning), che consentono al lavoratore di imparare “sul campo”, ponendolo in situazioni verosimili, ma senza il timore di ripercussioni in caso di errore.

L’importanza delle soft skill e il ciclo di vita delle hard skill 

Secondo il rapporto “2020 Workplace Learning Report” di LinkedIn, la trasformazione digitale sta accelerando bruscamente il processo di riqualificazione (reskilling) e sviluppo di competenze (upskilling). Come rileva il sondaggio, realizzato intervistando quasi 7 mila professionisti nel campo delle risorse umane, dell’apprendimento e dello sviluppo, nel 2020 le aziende investiranno tempo e risorse proprio nello sviluppo delle soft skill dei loro dipendenti: quasi il 50% degli intervistati ha indicato questa come priorità per l’anno in corso. 

Una scelta strategica, secondo LinkedIn, perché in un contesto in continua evoluzione, una competenza tecnica ha un “ciclo di vita” di circa 3-5 anni, mentre le soft skill sono sempre richieste e giocano un ruolo fondamentale nel successo di un percorso professionale, indipendentemente dal ruolo e dal contesto in cui si è impiegati. 

Il 99% degli intervistati ha inoltre affermato di credere che se il divario di competenze presenti nella propria azienda non sarà colmato nei prossimi anni, si avranno ripercussioni negative in termini di crescita, soddisfazione dei clienti, qualità dei prodotti e capacità d’innovazione dell’azienda. Tra le soft skill più richieste ci sono creatività, capacità di persuasione e di collaborazione, capacità di adattamento e intelligenza emotiva: tutte competenze centrate sulla capacità di lavorare in team, e di sviluppare le cosiddette personalità resilienti, in grado cioè di reagire a situazioni di stress e di difficoltà con pensiero creativo e proattivo. 

Come l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e la realtà aumentata aiutano nello sviluppo delle soft skill

Non è facile elaborare programmi di training finalizzati a migliorare le competenze trasversali. In passato le aziende si affidavano a corsi standardizzati (soprattutto online) e a tutoring personalizzati. Il costo elevato di queste metodologie ha fatto sì che venissero principalmente rivolte alle prime linee. 

Ma in un contesto lavorativo in continuo e rapido cambiamento, lo sviluppo delle competenze trasversali viene richiesto all’intera forza lavoro e le aziende sono alla ricerca di soluzioni di apprendimento efficaci, economiche e flessibili.

È per questo che un ruolo centrale sono destinate a ricoprirlo le cosiddette tecnologie immersive: intelligenza artificiale, realtà aumentata e realtà virtuale possono offrire soluzioni più efficienti in termini di risorse investite e si adattano bene, per la loro flessibilità, alle diverse situazioni lavorative. Si pensi ad esempio ai simulatori di volo per i piloti, usati per sviluppare la capacità di reagire in situazione di pericolo.

Innumerevoli sono gli scenari che queste “palestre virtuali” possono creare: una presentazione davanti ad altri colleghi o clienti, la gestione di una lamentela da parte di un cliente e così via. Il lavoratore apprende così a gestire situazioni di stress, che potrebbe trovarsi a fronteggiare, senza il coinvolgimento emotivo che si potrebbe creare in una situazione reale: una sorta di training, quindi, capace di allenare le diverse personalità a destreggiarsi in situazioni problematiche. 

I punti di forza delle tecnologie applicate all’apprendimento sono la possibilità di ricreare scenari adattati al contesto in cui opera il lavoratore e la possibilità di interagire con lo stesso, fornendo feedback sia sul linguaggio verbale che sulla sua gestualità. Gli ultimi progressi in campo di immersive learning riguardano anche la possibilità di coinvolgere il senso del tatto, attraverso nuove forme di tracciamento manuale e tattile, mentre sensori biometrici integrati agli hardware permettono di analizzare elementi come il battito cardiaco e la respirazione. 

Protezione dei dati e feedback “sensibili”: le sfide dell’immersive learning

AI, VR, AR: la tecnologia oggi è dunque in grado di ricreare ogni tipo di situazione in cui il lavoratore potrebbe trovarsi, a seconda del comparto in cui opera. Al contempo, la possibilità di rilevare parametri biometrici consente di monitorare la reale efficacia dei programmi in corso. Nasce quindi un problema di interpretazione dei dati, che deve essere il più rispettosa possibile della realtà del singolo e del contesto in cui opera, e di tutela della privacy. 

Occorre perciò assoluta chiarezza sulla tipologia dei dati raccolti, sull’utilizzo che l’azienda intende farne e sulle soluzioni scelte per la protezione delle informazioni e il rispetto della privacy.  

Nfon_ infografica Soft Skills

 

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