Lavorare flessibile: così i top CEO hanno promosso la flessibilità nelle loro aziende

Nel 2014 il miliardario Carlos Slim, uomo che tra le altre cose controllava le tre più importanti società di telecomunicazioni dell’America latina, sorprese il mondo con una proposta: lavorare meno, con maggiore flessibilità e più a lungo, tre giorni a settimana fino a 75 anni d'età. L'idea era quella di migliorare il work-life balance, aumentando la produttività e la longevità lavorativa. Non ci siamo ancora arrivati, ma il mondo del lavoro è già cambiato e sta ancora cambiando profondamente, grazie anche alle nuove tecnologie che permettono al lavoratore di portarsi l’ufficio in tasca, come internet, le meeting call e i centralini in Cloud come il nostro Cloudya. Tutte le più grande aziende hanno introdotto forme di flessibilità importanti, cancellando spesso turni fissi, cartellini da timbrare, orari tassativi. 

Larry Page, per esempio, co-fondatore di Google e successivamente Ceo di Alphabet fino allo scorso dicembre, ha trasformato il quartier generale di Mountain View in una sorta di open space parco-giochi. Al suo interno ci ha fatto costruire aree-relax, palestre, asili-nido, servizio lavanderia, campi da gioco per ogni sport possibile. L’obiettivo dichiarato era quello di far divertire i dipendenti e, ovviamente, favorire la loro creatività. Qualche anno dopo, Page ha introdotto in azienda il 20% project: ogni dipendente di Google può usare il 20% del suo tempo lavorativo per sviluppare - come, quando e dove vuole - un suo progetto personale, che lui ritiene possa favorire la crescita della società. È dai 20% project di due dipendenti che sono nati servizi come Gmail e Adsense. 

Un tipo di approccio simile è stato adottato, a partire dalla prima metà degli anni 2000, anche da Microsoft, con politiche di smart working che inizialmente hanno riguardato la possibilità di lavorare da casa per un periodo limitato nell'arco del mese e poi si sono estese alla possibilità di lavorare in remoto, da qualunque posto si voglia, in qualunque momento, previo accordo col manager. In Microsoft è cambiato anche il rapporto tra capi e sottoposti, non più fondato sulla vecchia rigida catena di comando gerarchica, ma su una collaborazione basata sulla fiducia. 

In Italia, un amministratore delegato fiducioso nel lavoro agile è Luigi Gubitosi, di Tim, che l’anno scorso ha firmato con i sindacati il contratto di espansione dell’azienda. Assieme a un progetto formativo e all’assunzione di 500 persone nel prossimo biennio, l’ad ha rafforzato anche lo smart working in azienda, ampliando il suo ricorso ad altri 3.300 lavoratori, che si andranno ad aggiungere ai 20.000 smart worker esistenti. 

Tra gli altri colossi italiani più avanti sul tema troviamo Barilla, che già cinque anni fa aveva raddoppiato i giorni di lavoro flessibili al mese per ogni dipendente, portandoli da quattro a cinque. Secondo le stime della multinazionale, con 8 giorni di smart working al mese, l’azienda può risparmiare oltre 2 mila euro per ogni singolo impiegato (soldi da reinvestire a beneficio del lavoratore). Il dipendente poi, senza l’obbligo di andare in azienda, potrebbe guadagnare 88 ore l’anno di tempo. Tra le aziende che si stanno sempre più aprendo allo smart working rientrano anche Enel, che ha permesso a oltre 7.000 dipendenti di lavorare un giorno a settimana fuori dall’ufficio, e Ferrovie dello Stato, che ha iniziato da poco a sperimentare il lavoro flessibile (sia per quanto riguardo il luogo che l’orario) con un certo numero di dipendenti. Anche per noi di NFON lo smart working è da sempre molto importante e proprio per dare ai nostri dipendenti la possibilità di lavorare dove si preferisce in base agli impegni, siamo attualmente in uno spazio di coworking ad Assago e abbiamo stretto per il 2020 un accordo con l’azienda Copernico per avere l’accesso alla loro Club House di Brera, a Milano.

Nel nostro Paese, secondo l'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il 58% delle grandi imprese ha già introdotto iniziative concrete sulla flessibilità lavorativa, ormai realtà concreta anche dentro le Pmi, le piccole e medie imprese, dove i progetti strutturali sono passati dall'8 al 12% e quelli informali dal 16 al 18. Tra le eccellenze premiate dall’Osservatorio nel 2019, c’è la realtà di Europ Assistance in Italia, vincitrice dello Smart Working Award 2019. L’azienda è partita nel 2016 con un ristretto gruppo di Pioneers, volontari che hanno testato la fattibilità del modello BYOD (Bring Your Own Device), che prevede l’utilizzo di devices personali. Durante l’esperimento, i Pioneers hanno condiviso con l’azienda ogni tipo di feedback, e hanno raccontato l’esperienza su un Forum di discussione aziendale aperto a tutti i dipendenti (smartworkers e non). Il dibattito, nel giro di pochi mesi, ha avuto l’effetto di moltiplicare le richieste di adesione. Nel 2019 l’azienda è stata premiata anche per il suo processo di «smart mentoring»: attualmente sono infatti i Pioneers stessi che addestrano e supportano ogni nuovo smartworker.  Tutti contenti? Sì, visto che l’azienda stessa dice di aver riscontrato un incremento del 20% della produttività. 

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